Wednesday, 25 July 2018

Sogno della dura famiglia e degli agenti segreti


Mi trovo nella casa della mia infanzia, in via fornaci 10, in cucina. Sto organizzandomi per andarmene (sono stato in visita ai miei genitori?) e mi sto guardando attorno come cercando le ultime cose prima di scendere per le scale (forse alla ricerca di Davide e Luca... che probabilmente sono già là sotto). Ho come la sensazione di indossare un giubbotto nero, forse con il cappuccio di pelo (forse avevo un giubbotto così da adolescente, ma non ne sono certo...)
È probabilmente notte, e mentre guardo di non aver dimenticato nulla, mi chiedo dove sono esattamente Davide e Luca... è per una questione organizzativa, di logistica, forse eravamo d’accordo di vederci là in cucina e ho come la sensazione che si siano dimenticati di quell’appuntamento o che non se ne preoccupino (mancanza di rispetto per me? Mi sento dimenticato? Non valorizzato... Sono irritato? Forse, ma se sì è una sensazione molto sottile, quasi impercettibile).
Anche se la casa dove mi trovo è quella della mia infanzia mi sento adulto e l’atmosfera della scena che mi trovo davanti è un po’ austera: scura, silenziosa, rigida. Davanti a me una tavola dove i miei genitori, già seduti, stanno cominciando a cenare, ma la sensazione è quasi quella del lutto o della tensione latente che blocca tutto. Nessuno si guarda in faccia.
Mia madre, seduta davanti a me, dispone le ultime cose sulla tavola affinchè il banchetto sia pronto per lei e soprattutto per mio padre, seduto alla sua destra (e che vedo quindi seduto di fianco, alla mia sinistra. Cioè non mi rivolge la faccia).
Dato che Davide e Luca non ci sono mi siedo a tavola anche io. In mezzo a varie cose da mangiare accumulate una di fianco all’altra (ma soltanto nella parte di tavola dei miei genitori) ci sono due fette gigantesche di pizza farcite da abbondantissimo formaggio fuso per mio padre e una per mia madre. Sono disposte sulla tavola ma non ancora sui piatti.
Chiedo a mia madre se posso prendere un pezzettino di pizza anche io, sicuro di una risposta affermativa, ma invece mia madre mi blocca e dice in modo molto deciso e duro: “no no no. Ste qua e xe par to pare” e sembra indaffararsi con le braccia sulla tavola per proteggere il cibo da me.
Io in realtà sono fermo e non ho fatto nessun gesto che possa essere interpretato come un movimento per prendere nulla del loro cibo... resto piuttosto sorpreso e deluso da quella mancanza di apertura: in fondo non è che volevo cenare, stavo solo aspettando gli altri e la quantità di cibo era così tanta che faceva comunque un po’ strano che volessero proprio tenersi tutto per loro, solamente.
Davvero un atteggiamento meschino.
Mio padre senza guardarmi negli occhi e già muovendo forchetta e coltello per mangiare il suo cibo, mi dice un po’ infastidito dalla mia presenza (infatti il suo modo non è mai stato così diplomatico da nascondere qualsiasi cosa che lo innervosisce): “se te vol ghe xe un fià de patate lesse... ara qua”.
Il suo modo è così goffamente maleducato che risulta quasi offensivo. Le patate lesse erano davvero misere e sinceramente non è che mi importasse un gran ché mangiare qualsiasi cosa come se fosse una meschina elemosina: il loro atteggiamento miserabile mi delude davvero e mi alzo dicendo “no, no: potete tenervi le patate, tranquilli...”.
È un rifiuto di comunione, mi sento estromesso davvero da quella triste coppia diffidente. Sembra che qualsiasi cosa sia per loro un’invasione di territorio, che io non sia loro figlio... me ne vado davvero offeso dentro, anche se non ho nessuna reazione stizzita: semplicemente mi chiudo in una fredda commiserazione di quei due.
Scendo per le scale ancora colpito da quella scena e Luca (adesso è al mio fianco destro anche se non lo vedo) mi accompagna e quando siamo sul pianerottolo della scala, sempre scendendo, forse mi dice qualcosa, tipo di guardare la bambina di Denis e in quel momento vedo una stanza piena di gente (tantissima! Sembra una celebrazione, quasi, una folla in festa?) e una bambina di 3 anni, vestita di bianco, sorridente e che sta sopra le spalle di qualcuno (o sta a quell’altezza, in qualche modo, al meno) e mi fa molta tenerezza e simpatica con i suoi capelli lunghi, ondulati e scuri. In effetto lei è l’unica cosa che vedo, quasi come un’apparizione angelica che vola sopra le teste di tantissima gente stipata in una stanza. La scena è statica, ma non ferma. È un simbolo molto luminoso.
Siccome me ne sto andando e non ho tempo di fermarmi con lei dico a luca che spero proprio di poterla rivedere prima che abbia 18 anni... sarebbe bello non dover star lontano così tanto da perdersi la sua crescita...


Adesso invece sto seduto su una sedia in una stanza spoglia e poco illuminata. Un tavolo davanti a me e altre sedie un po’ in disordine. Sul tavolo fogli scritti e qualche computer portatile con dei video che girano. Sulla parete davanti a me si sta proiettando un documentario sociale con immagini critiche.
La stanza ha una forma strana io sto come in una nicchia scura (sembra uno sgabuzzino, neanche un ufficio...) a sinistra della parete che ho davanti si apre un lungo corridoio scuro che si perde nell’oscurità e che so esserci anche se non lo vedo direttamente e opposto al lato del corridoio, alla mia sinistra, (invisibile anche questa) una porta che dà all’esterno da dove entra la luce del sole e dove i miei colleghi (amici? Fratelli?) stanno fuori un secondo (forse sono andati a fumare una sigaretta e a conversare un po’ al sole).
Sto quindi là da solo in questa specie di disordinata base di piani operativi e davanti a me il documentario mostra tutte le incoerenze e le terribili ingiustizie della nostra società, anzi delle istituzioni ipocrite della nostra società: appare anche Trump e le scandalose connivenze e corruzioni tra lobbies ed elites in tutto il mondo.


Entrano dal corridoio un paio di persone che vedo con la coda dell’occhio. Non do loro molta importanza. Stanno frugando tra i documenti e spostano i computer come se stessero cercando qualcosa. Non mi interesso molto alla loro presenza.
Ad un certo punto cominciano a criticare gli argomenti del documentario e a dire che quel video era sovversivo. Molto sovversivo! e che tutti quei video e quei documenti ci avvrebbero generato non pochi problemi.
Pensavo stessero scherzando da quanto la conversazione era fuori luogo, al massimo pensavo in una drammatizzazione di opinioni molto sottili, ma vedendo che loro due invece cominciavano ad essere sempre più evidentemente nervosi, inizio ad osservarli e noto che sono strani: le loro magliette non hanno semplici etichette, ma sono come decorate a modo di uniformi (tipo quelle dei film degli anni 80 in florida...).
Capisco che non stanno scherzando anche se tutta quella scena non ha alcun senso e le accuse che stanno facendo sono così assurde che non riescono neanche ad allarmarmi o a spaventarmi.
Si rivolgono a me dicendo che tutto quello era inaccettabile per l’autorità e che mi ero cacciato in guai molto seri... serio e senza essere agitato nè intimorito dico: “ma perché scusa?”
Uno dei due teatralmente alza le mani, urla, sgrana gli occhi come un pazzo e dice: “cosa? Hai il coraggio di resistere alla legge? Ma chi ti credi di essere? Questa la paghi eh!”
L’ingiustizia e l’assurdità di tutta quella scena è scandalosa... le cose che mostrava il documentario erano critiche ma erano oggettive, niente di strano... ripeto: “ma tutto questo solo perché ho chiesto un perché?”
Il tipo sta diventando furioso e mi minaccia sempre di più, l’altro lo asseconda.
Non sono spaventato, sono schifato da tanta arroganza, furia e ingiustizia.
Decido che quello è davvero un po’ troppo per provare a ragionare con tanta stolta pazzia e senza fretta e senza paura mi alzo e vado verso la porta per uscire.
I poliziotti (o agenti della cia?) iniziano a seguirmi, ma camminando anche loro, senza fretta.
Esco nella piazza: una piazza rotonda e illuminata, pedonale, circondata da edifici bassi. Qualche persona cammina qua e là. Io vado verso il centro, puntando a un uscita della zona pedonale (che è circondata da una catena nera sorretta da dei pali di ferro regolarmente disposti).
Mi giro e guardo la porta, vedo un tipo magro con gli occhiali scuri e la camicia estiva chiara (stile anni 70). Sembra uscito da un vecchio film e fumando esce dalla porta dove sono appena uscito e mi segue. È un agente.
A metà della piazza una macchina utilitaria, piccolina ma piuttosto nuova (tipo una fiat) si avvicina a me da sinistra, mi affianca lentamente e si ferma. Si apre la porta dal mio lato. Da dentro Ubi mi invita a entrare.
Perfetto: come secondo i piani.


Nel sedile dalla mia parte ci sono dei cavi, dei caricatori da cellulare, una ciabatta per prese elettriche o qualcosa del genere (tutto grigio). Siccome tutto va lento, ma in fondo mi stanno seguendo e non c’è tempo da perdere, entro in macchina senza sedermi davvero sul sedile occupato dai cavi, do un bacio a Ubi e le dico di partire subito.
Lei parte ma tutto continua ad andare lento: siamo adesso davanti alla catena nera che divide la zona pedonale dalla strada più o meno trafficata. Ci sono anche dei veicoli come quelli che trasportano le valigie negli areoporti (quelle specie di carrettini tipo vagoni che lentamente si mettono in mezzo al transito di persone che hanno fretta). Ubi ferma la macchina in attesa che il trenino di carrettini passi e anche senza sapere bene come passare la catena, probabilmente.
Arriva un altro trenino che sta per mettersi in mezzo anche lui, ma il primo è quesi passato completamente, solo che si ferma e torna indietro bloccandoci completamente la via d’uscita.
Ubi sbuffa come per dire: “che palle, non si passa” ma io dico: “non ci lasciano passare perché sono degli agenti! Lo fanno di proposito”.
La sensazione infatti è di essere in una realtà tipo matrix dove stanno cercando di bloccare la nostra fuga. Dico a Ubi di passare sopra la catena e ai carretti. Non ho dubbi, non ci sarà nessun problema.
Ubi va avanti e passa sopra a catena e trenino superando gli ostacoli con fluidezza e normalità. Avanziamo nella strada.
Stiamo infatti andando nella base degli agenti segreti nemici.
Guardo Ubi con ammirazione e amore profondo e le dico “sei brava”.


Arriviamo alla base, parcheggiamo e scendiamo. Conosco quel posto.
Non c’è nessuna porta da aprire in quella specie di fabbricone senza finestre. Entriamo nel corridoio scuro che è l’entrata della base. Guido Ubi mano nella mano.
So cosa devo fare: devo scontrarmi con quei nemici entrando nel vero nucleo di tutto, ma ho la sensazione che tutto quello sia un grandissimo déjà vu interminabile: so che dovrò sacrificarmi, probabilmente morirò, ma non ho nessun dubbio: è ciò che devo fare.
Un velo di eroismo guida i miei movimenti, ma la sensazione di dover sacrificarmi, più che una sensazione drammatica è un senso di liberazione e giustizia (inoltre la profonda sicurezza di aver già vissuto quella situazione e quei posti proviene dal ricordo di una vita passata dove tutto questo era già successo e mi lascia un senso di ciclicità. Quindi anche questa morte sarà solo la porta per una nuova vita futura, in fondo...).
Il corridoio (rosso scuro) si apre davanti in una stanza: il nucleo dei nemici dove dovrò ammazzare il nemico (e verrò probabilmente ucciso nella giusta e inevitabile azione). La stanza non ha porte e sta a pochi metri da me. Non la vedo direttamente ma so benissimo com’è: la stanza si sviluppa a sinistra del corridoio e entrandoci mi troverei davanti ad un ambiente scuro con una tavola vuota e qualche sedia di ferro disordinatamente disposta l’a attorno. Un basso lampadario illuminerebbe in modo drammatico quella tavola dove ci sarebbe solo una persona seduta al lato stretto, una persona che mi darebbe le spalle, un tipo che indossa un cappello e di cui non si vedrebbe la faccia e che sta là, in silenzio, davanti alla tavola vuota. Sembra una classica sala di congiure segrete dei film e forse nell’ombra c’è anche qualcuno in piedi, tipo una guardia del corpo... non so. O forse questo personaggio sta solo in quell’ambiente desolato e immobile.
So dunque che là c’è l’epilogo di tutta questa questione e che lì la farò finita con tutta sta storia e probabilmente morirò, ma prima di fare tutto questo devo mettere Ubi in salvo in un posto sicuro. So che c’è una porta segreta nel corridoio, eccola, è qua a destra. Sono tra un paio di porte di legno, mimetiche da fuori, sto entrando nella stanza che sta oltre quell’entrata, ma siccome conosco l’edificio, ricordo adesso che là non è un posto sicuro: lì ci sono sicuramente dei nemici. I ricordi che provengono dalla mia vita passata sono sicuri, ma non sempre immediatamente chiari al 100% e a volte mi confondo un poco, anche se tutto è familiare.
Torno nel corridoio dove stavamo prima e trovo un’altra entrata segreta a sinistra: è là il posto sicuro dove lasciare Ubi, prima di entrare davvero nel pericolo.
Si apre un nuovo corridoio con forma di un 2... il primo pezzo è la base del 2,la parte dritta, e a sinistra c’è l’angolo stretto che apre il passaggio al percorso curvo che porterà a una sala, la sala sicura, finalmente.
La sensazione è di entrare in un labirinto senza ostacoli, con entrate segrete e contorte, ma che ricordo di conoscere bene e che so percorrere senza problemi.
Guido ancora Ubi per mano e adesso sto entrando nella stanza. Là vedo che ci sono 4 o 5 persone sedute su un divano, tutti piuttosto immobili, seduti non troppo ordinatamente, ma come se stessero assistendo a qualcosa che succede nella mia direzione (tipo un pubblico? Qualcuno che vede un film?). Mi entra un dubbio... saranno nemici? Non dovrebbero esserlo...
Ho bisogno di un’arma per difendermi e per questo mi si materializza una pistola in mano perché penso che devo difendere Ubi (so che quell’arma l’ho creata io all’occorrenza e mi sorprende un po’ anche nel sogno, ma non ho molto tempo di pensarci) e quando siamo ormai dentro la sala capisco di non essere in pericolo davanti a loro e dico: “ma voi non siete nemici, vero?”
Non lo sono, sono alleati.
Vado oltre il divano e trovo una stanzina o un armadio scuro e segreto. Là lascio Ubi ben nascosta, siamo accucciati, con la mia faccia vicino alla sua la guardo con amore e la saluto con un bacio.
Mi giro: devo andare al nucleo dei nemici a porre fine alla questione.
È arrivato il momento.



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