Thursday, 2 August 2018

sogno ai confini del sogno

dal mio magazzino di sogni antichi...


Stavo su un palco. Era di notte e davanti c’era un pubblico.
Stavo tranquillo insieme e dell’altra gente, probabilmente ero il cantante o il chitarrista di qualche gruppo rock o qualcosa del genere perchè la sensazione era quella di trasmettere l’energia delle parole al pubblico o qualcosa di simile.
Forse alzavo un braccio, c’era una qualche frase che dicevo e il pubblico in coro faceva alzare quella voce collettiva dei concerti che tanta emozione infonde.
Più il coro si incendiava di forza e più l’emozione collettiva aumentava, più la scena davanti a me si elevava e vedevo una moltitudine di persone come in uno stadio. Il palco non si stava muovendo, ma la mia visione era come se si elevasse e alla fine scoprivo che stavamo sopra tutta la gente, sul bordo dello stadio, in alto.
Il pubblico tra il nero e le luci gialle era un’immagina incredibile.
Un fiume di gente che si perdeva nell’oscurità e nei riflessi giailli.
Era così impressionante il colpo d’occhio che per contemplere meglio quella scena cominciai a retrocedere camminando all’indietro, verso la sinistra del palco e da quel punto di vista più esterno era facile vedere che la moltitudine non stava solo dentro al “cratere” dello stadio, ma che si estendeva anche fuori di esso. Il palco stava letteralmente volando sopra una turba oscura e in estasi.
A questo punto io già non facevo parte del gruppo di persone che stava sul palco e semplicemente camminavo all’indietro sul bordo dello stadio che si intuiva per la posizione della gente, ma del quale solo si poteva vedere il muretto che ne delimitava il bordo sul quale io stavo camminando. Era un muretto di uno spessore di circa 20 centimetri e si trovava a una altezza considerevole, visto che continuavo a sentirmi sulla parte alta di uno stadio. La sensazione di camminarci sopra e all’indietro peró non mi generava nessun senso di vertigine. Semplicemente era interessante contemplare quella scena dall’alto.

É a questo punto che in modo piuttosto cosciente (anche se non del tutto, visto che non mi rendevo conto di stare dentro a un sogno) decisi che dovevo prendere una posizione attiva in quella situazione e mi resi conto che io potevo fare quello che volevo.
L’azione da farsi fu quasi automatica: di fronte a una scena così immensa vista da una altezza così grande scelsi di spiccare il volo sopra lo stadio e di volare oltre.
Ci fu un breve attimo di esitazione e di dubbio, poi il lancio fu spontaneo e leggero.
Mi elevai senza problemi disegnando una traiettoria fluida. Passai sopra la gente dai riflessi gialli, festosa nell’oscurità. E andai oltre.
Volando in quella notte vidi la luna piena e tutto il paesaggio si colorò del blu pallido magico delle notti di luna piena.
Sapevo a quel punto che dovevo spingermi oltre per trovare qualcuno. Non sapevo chi, nè dove, ma sapevo che se mi fossi spinto fino ai confini di quel mondo, avrei trovato ciò che cercavo.
Stavo volando adesso sopra un mare calmo, buio di un blu intenso e dove il riflesso della luna si specchiava chiaro. Volavo, volavo verso l’orizzonte.
Ogni tanto attraversavo qualche nuvola fresca.
Nulla sembrava cambiare all’orizzonte.  Solo acqua. Acqua e luce lunare. Ma non persi nemmeno per un istante la certezza che perseverando avrei trovato ciò che stavo cercando.
Cominciai a volare a una velocità incredibile come mai avevo fatto prima. Ero un fulmine!
Dopo un bel po’ di volo in questo mare sempre uguale, cominciai a intravedere all’orizzonte delle isole rocciose.
La mia sensazione di aver trovato il punto che cercavo era fortissima.
Cominciai a volare più piano e senza accorgermene era già di giorno.
Le isole erano scogli appuntiti di piccolissime dimensioni in mezzo alla solitudine dell’oceano. Erano così frastagliati e aguzzi che era impensabile anche solo appoggiarvisi sopra.
Continuavo la mia perlustrazione e ogni volta che oltrepassavo uno scoglio ne scorgevo un’altro dello stesso tipo.
L’immagine del paesaggio era bella anche se brutalmente scarna e pregna di una solitudine infinita.
Dopo aver oltrepassato 7 o 8 scogli appuntiti, ne vidi uno piccolissimo, ma piatto e con una specie di tetto in paglia sopra, al margine dell’isola.
Mi ci avvicinai e mi distesi su di esso. Era come stare steso su un’altare in mezzo agli abissi dell’oceano. Lo scoglio si elevava a pochi centimetri dal livello dell’oceano infinito ed era protetto su due lati da due piccoli scogli a punta a poca distanza.
Il tetto in paglia era sorretto da un piccolo muretto di pietre a secco alto non più di mezzo metro e la casa (perchè non c’era dubbio che fosse una casa) non era più lunga di un metro e mezzo nel suo lato lungo.
Anche se le dimensioni erano assurdamente ristrette, la sensazione non era quella di una costruzione per gnomi o di un riparo inutilizzabile, lo percepivo piuttosto come un rifugio rudimentale e spartano, minimo ma sufficiente.
Sul lato della miniparete che dava sulla pietra piatta dello scoglio (l’altro lato dava al mare aperto) crescevano delle viti nane, che anche se non erano molto grosse sembravano molto vecchie.
Insieme ad altre viti uguali dell’altro margine dell’isola creavano una specie di pergolato spoglio, una sorta di “gabbia” naturale di rami duri e secchi. Io ci stavo steso sotto e date le dimensioni dell’isola non potevo alzare neanche la testa: tutta quella struttura non lasciava spazio a nessun movimento se non la posizione distesa.
Quelle piante, in quell’isola pietrosa aridissima, anche se non riuscivano a dare nessuna foglia e nessun’ombra, dovevano essere l’unica difesa dal sole impietoso che stava ardendo su tutte le pietre e sull’oceano. Faceva caldissimo. Il sole batteva fortissimo. Dovevano per tanto essere preziosissime.
Mi chiesi come potesse l’abitante di quell’isola farsi un fuoco, quando ne avesse bisogno, se non poteva toccare quelle piante che erano tanto preziose e importanti in quella desolazione.
Vidi allora galleggiare a una decina di metri dall’isola un pezzo gigantesco di legno, un tronco immenso, ma che era lavorato, sembrava un resto della poppa di una grande nave tutta intagliata in un solo pezzo di legno. Stava galleggiando ed era legata a una corda che lo tratteneva vicino a un muro di mattoni, che non mi sorprese, anche se prima non c’era nulla oltre l’isola e gli scogli.
In effetti adesso mi sentivo come in una gondola in un canale veneziano ampio e tropicale.
Seguendo un poco il muro vidi un’altro legno gigante, come se fosse la prua della stessa nave sparita o sprofondata. Il muretto si aprì a un giardino che dava in quell’ampio canale di un lato solo. Salici scendevano sull’acqua e dietro si vedeva un grande palazzo. Antico, ma maestuoso.
Mi avvicinai alle scalette d’entrata. Le salii e mi ritrovai davanti a una porta, al controllo di sicurezza di quel palazzo.
Due ragazzini si avvicinarono, erano forse vestiti come scolaretti delle elementari. Schiacciarono un pulsante al citofono dell’entrata e si identificarono in un modo che adesso non ricordo, forse un codice o forse per nome.
Io avevo ancora la sensazione che dovevo trovare qualcuno e sapevo che quello era il posto giusto, che ero venuto là per un motivo ed era giusto che cercassi di entrare.
Provai quindi a identificarmi allo stesso modo e non ricordo bene come, ma alla fine entrai davvero. Nel giardino mi diressi a sinistra, verso l’ala di un edificio. Entrai, mi presentai alla reception con la certezza di chi sta facendo qualcosa che va fatto.
Mi chiamarono per nome e cognome, presero la mia giacca e mi diedero una busta. Poi mi dissero di proseguire per il corridoio e che avrei trovato qualcuno.
Così feci e trovai un gruppetto di persone. Al centro c’era una signora dai lunghi capelli neri e carnagione scura, sembrava latino americana, vestiva un camice bianco come uno scienziato nel suo laboratorio e in effetti sembrava di stare dentro a un laboratorio. Lei distrattamente mi disse qualcosa, amabilmente, ma non capii. Poi continuò a parlare per tutti e mi resi conto che parlava in inglese ma con un accento fortemente straniero e che quindi era per quello che non ero riuscito a capirla da subito.
Mi guardò e molto amichevolmente mi disse: “Massimo, vieni qua con la busta? Hai paura che ti rubino il salario?” io mi guardai intorno mezzo divertito anche se un po’ confuso, facendo capire che non sapevo nè cosa ci fosse nella busta, nè cosa stesse succedendo.
Avevo stranamente tra le mani un sacco di vestiti che non sapevo dove appoggiare.
Ci avviammo tutti lungo il corridoio....

E poi non ricordo nient’altro

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