Tuesday, 14 August 2018

nossa Maputo


Maputo é uma cidade tão tranquila e agradável que se alguém diz que é cidade perigosa isso vira a piada do século. 
Aquí podem ver um interessante esquema de mapa pessoal intuitivo da nossa Maputo, faz já alguns anos.



manu facto


Sunday, 12 August 2018

Sogno Policromo

...dalla mia serie di sogni antichi...


Mi sto muovendo con un gruppo di amici passando per una via che si apre ad una piazza. Probabilmente la parete alla mia sinistra è una grande parete pietrosa di una chiesa. La conformazione del posto mi ricorda come se scendessi dal carrer de Santa Creu verso la plaça de la Virreina a Gràcia.
La luce ha una intensità strana, bianchissima.
In effetti tutto è totalmente bianco e le forme sono tutte disegnate a tratti neri, ma sono vissute come la realtà (in senso che non è la sensazione del cartone animato di prima, è una scena vissuta come reale, ma disegnata a contrasti bianchi e neri).
Quindi tutta questa scena, reale, è disegnata a tratti bianchi e neri (non è una scala di grigi!) e io mi muovo di fianco a sta chiesa con un gruppetto di amici, giro l’angolo della chiesa e la piazza (dalla luce intensamente bianca, visto che è tutto o bianco o nero) è affollata di gente tranquilla, seduta per terra, alcuni in piedi, come in una specie di affollata festa tranquilla, di picnic collettivo... non so.
Mi sposto seguendo la facciata della chiesa con gli altri e sfioro gente in piedi e devo fare dei giri per contornare la gente seduta. Tutto bianchissimo disegnato a tratti neri.
Ad un certo punto superata la facciata c’è un’altro spiazzo dove ci sono anche delle basse ma ampie scale (tre o quattro scalini) e la gente seduta sopra, seduta a terra, alcuni in piedi.
Vedo che alcune figure, ma solo alcune, pochissime, non sono in bianco e nero, bensì hanno dei colori fortissimi, sgargianti, vivissimi e tutti mescolati, che scivolano uno sull’altro, una specie di bellissima policromia quasi come certi uccelli tropicali, ma in movimento, in fusione, in mescolanza, in stupore totale. Bellissimi
Sono pochi e sparsi tra la gente in bianco e nero.
Non hanno nessun aspetto diverso agli altri, a parte il loro intrinseco e meraviglioso spettacolo policromatico. Ne rimango stupito e felice.
Sono felicissimo di vedere questa gente tra la gente bianca e dai controni o le ombre nere.
La gente bianca e nera non è ne triste né brutta, al contrario, è luminosa e elegante, sorprendente, ma quando vedo una persona colorata mi si apre il cuore di meraviglia.
Mi avvicino a un tipo coloratissimo seduto sulle scale basse e lunghe, tra altri bianchi-e-neri.
Lui ha forse un bongo vicino alle gambe e quando mi avvicino mi sorride amichevole e mi riconosce segretamente e mi dice: “che magnifici colori hai tu! Sono bellissimi”
Meravigiato e contentissimo mi guardo le braccia e il corpo, sono un tripudio di colori: dal blu all’oro, dai viola a tutte le altre tonalità dell’arcobaleno, mescolate in modo indescrivibile e inimmaginabile.
Sono contentissimo! Sono colorato!

naufrago. perché?



...che ci fai qui in mezzo all'oceano, capitano?






naufrago.

perché?



neologismo-97

ordinamento politico che porta inevitabilmente allo sfascio totale dello stato e della società civile, spesso attraverso guerre inutili e follie xenofobe.

SFASCISMO

esempio: "sembra incredibile che nessuno se ne renda conto: questo governo ci porterà allo sfascio, alla rovina, alla fine... è una pazzia... abbiamo perso il contatto con la realtà. questo è davvero sfascismo totale!"

corazones escondidos


no siempre sale solo sufrimiento de donde algo se quebra 

Resistenza!


Thursday, 9 August 2018

magia da bruxinha


la sognante


sogno del deserto di parigi


dal mio enorme archivio di sogni antichi...



in un sentiero di montagna in un fitto bosco... stavo seguendo un gruppo in bicicletta, anche io ne avevo una, ma il sentiero era difficile anche se estremamenente piacevole e bello. non ero preoccupato di star dietro. trovavo lungo il percorso una signora, andava anche lei in bici con suo marito, ma suo marito era ormai lontano. la sua bici infatti era piccola, tozza e sgonfia. le offrivo allora di cambiar bici e di proseguire insieme, perchè per lei sarebbe stato piu facile. in effetti la bici della signora era abbastanza sgangherata.
insieme proseguivamo, lei mi era molto grata della gentilezza.

si apriva ad un certo punto una vista dall'alto della collina e si vedeva di colpo un grandissimo deserto con dune rosse, alte e bellissime.
oltre, alla fine del percorso e al di lá di alcune dune più prossime, si intuiva la presenza di una grande città (azzurra-blu, fresca, come nella luce dopo una tempesta verso il finire del giorno, con nuvoloni neri sopra di essa). la signora mi diceva che si trattava di Parigi.

a quel punto capivo che qualcosa di strano c'era... e per provare a verificarlo dissi: aaaaaa, si, certo. questo dunque è il famoso "deserto di parigi", magnifico...
la signora confermava sinceramente e candidamente.
d'altronde non c'era dubbio che quella fosse parigi e che quello fosse un maestuoso deserto.
entrando in una strada alberata tra le case parigine, scendendo dalle alture si cominciò anche a intravedere un immenso mare in burrasca, grandissimo, profondissimo, blu. le onde giganti, una scena meravigliosa! dicevo dunque: aaaaaa, e questo è il famosissimo "oceano di parigi"...
la signora confermava e aggiungeva qualche dettaglio, come se si trattasse di una cosa che tutti sanno. era tutto vero, ma la geografia parallela era di un altro mondo.

ad un certo punto trovavo ad un tavolino di un bar il mio gruppo, seduto a bersi una birra. svoltato l'angolo, mi siedo con loro.
uno dei miei amici, quello seduto a destra di me mi chiede qualcosa, mentre io ammiro l'oceano di parigi. a quel punto gli dico: vedi, amico mio, il fatto è che tutto questo è un sogno. lui resta interdetto... sorpreso... è tutto un sogno, non c'è nè deserto nè oceano a parigi. so che sono nel sogno, voi tutti lo siete, ma è bello stare qua con voi, quindi continuo a sognare.
il tipo cerca di capire, ma gli risulta difficile immaginare di essere soltanto la proiezione di un sogno. cerca di far qualche domanda, per afferrare meglio il concetto.

io dico qualcosa tipo: è tutto dentro alla mia testa. alla mia sinistra uno degli amici ride e dice: per fortuna non è dentro la mia perchè se no sai che noia essere tutti immobili a far niente? lo guardo bene ed è una statua. una rigida statua di pietra che beve la birra con noi, seduto. è uno dei miei amici del sogno...



amigas


declaração indireita

sutil declaração de amor indireita...


Wednesday, 8 August 2018

scusate la fretta


etimologia-39

PÉJORATIF
C'est à dire, quelque chose que donne une idée négative ou dépréciative de quelque autre chose. Ce mot vient au debout d'une comparaison entre voitures: quand on parlait de moteurs et de fiabilité des automobiles souvent on finissait en parlant de diferents marques. Si quelqu'un parlait de Ford, de Valkswagen, de Ferrari ou de autres types de voitures, toujours quelqu'un dans un certin moment il diseit: "oui... toutes cettes voitures là sont mieux que les peugeot..."
C'est comme ça que cette terminologie typique des ambients techniques a commencé à être un mot commun: quand quelque chose était pire que autres types de choses de la même categorie, alors on disait que c'était comme "la peugeot de cette cateogire". Par example: "cette maison est la peugeot du cartier", "cet élève est le peugeot de l'école" etc...
À partir de cette habitude les gens ont commencé à dire que cette façon de faire ces comparaisons était une façon "peugeot-rative" ça veut dire "relative au peugeot".
La graphie a bientôt changé et ell'est passée à être la moderne, depuis "peugeot-rative" à "péjorative".

serie di donne serie

mulheres: futuro e passado

Tuesday, 7 August 2018

e la maga mi disse...

in un racconto onirico che stavo un tempo progettando circa 8 anni fa, io, Massimo Pietrobon, ero un navigante o forse un naufrago... arrivato da una maga che leggeva nelle carte o nella sfera chi ero... questo era ciò che mi diceva:






0. 
Tu vieni da un luogo piccolo e stretto.
Una piana, piatta come il mare.
Piatto, piccolo e stretto è anche il popolo di quel mare.
Non ti è mai andato bene.
Volevi fare il pirata, ma sei stato fermo, imprigionato, forse troppo a lungo.
Poi hai preso il mare, ma all'inizio non sapevi navigare.
Le tue cicatrici... ne porti molte.
È sulla tua pelle che hai imparato a viaggiare.
Ci hai messo molto, partivi male, non sei stato veloce e hai perso il tuo porto.
Non hai più porto.
Sei del mare.

1.
Più che un capitano, sei un naufrago.
E comunque l'acqua non è il tuo elemento.
Tu sei d'aria.
Ecco, sì: tu naufraghi per aria.
Tutto per aria.
Arrivi e getti l'ancora, perché tu sei uno che comincia. Fai fiorire.
Poi però ti piace anche lasciare la nave, la ciurma e tutto e ricominciare di nuovo.

2.
Hai vite in due o tre posti: Europa... poi vedo il Marocco... Il Brasile... e anche due regni africani.
Attento a iniziare un pozzo, e poi un altro, e un altro ancora...
Se non cominci a scavare a fondo in uno di essi non troverai mai l'acqua...
Ma questo per ora non ti preoccupa.
Forse perché preferisci acqua di sorgente più che acqua dei pozzi.
Ma ricorda: nel deserto non ci sono sorgenti.
A te piace il rischio, il vento delle tempeste, ma dentro hai calma.
Forse ti piacciono le tempeste perché spazzano via le parole.
Ti piace il silenzio...

2*.
E sei un osservatore.
Ti piace il fluire e ti compiaci di osservarlo. In silenzio. Come un'opera d'arte.
Non sai stare in un posto solo, ma in tutti i posti stai bene come a casa.
Ti piace cercare più che trovare.
Ma ti metto in guardia:
Chi vuole cercare, cercherà per sempre.
Per trovare qualcosa devi invece voler trovare.

3.
Tu giochi a danzare tra gli opposti contrastanti.
Ti diverte, ma non sei un mago.
Dovresti stare attento a stare a cavallo di tutti questi antipodi.
Ultimamente sei più veloce, ma anche più fermo.
Sai che scegli rotte pericolose e ne accetti il prezzo che sempre si deve pagare, comunque sia.
Sempre.
Hai trovato qualcosa di te in giro per il mondo.
È questa la tua fortuna e il tuo tesoro, anche se più che oro hai trovato sassi, conchiglie rotte e qualche bel fiore che è durato un giorno.




Saturday, 4 August 2018

animale fantastico-23

il SACCOSAURO



il Saccosauro è un rettile molto particolare: è un animale che super i due metri d'altezza, ma che sembra un gigantesco cestino vuoto con 4 zampe. Il saccosauro infatti ha sviluppato una gigantesca sacca per immagazzinare il cibo (come quella dei pellicani, per intenderci) e passa il tempo riempendola di foglie e frutta.
sembra che mantenga molto tempo il cibo nella bocca per farlo fermentare: questo, oltre a renderlo più facilmente digeribile, permette a questo animale a sangue freddo di vivere nelle regioni più fredde del pianeta (a patto che ci siano boschi nella vicinanza).


L'indole di questo animale è totalmente pacifica visto che non fa altro che passare le giornate a raccogliere foglie e vegetali.
In alcune città delle aree fredde, alcuni esemplari sono curati dalla comunità cittadina e pascolano liberamente e docilmente tra i parchi. Gli abitanti a volte raccolgono foglie erbe e vegetali e le mettono nella bocca del saccosauro, come fosse un cestino per le foglie. I saccosauri scodinzolano la minuscola coda in segno di apprezzamento.

oriental beauty


il senso della vita

riflessione senza pretese di aver capito i massimi sistemi dell'universo:

guardando la natura non mi resta che credere che il senso della vita non possa che essere transpersonale.
se la natura affidasse un senso personale all'individuo la logica sarebbe quella di farlo vivere il più a longo possibile, di fargli evitare le sofferenze, di proteggerlo da ogni cosa che possa metterlo in pericolo. invece sembra che la logica sia un'altra: molti animali vivono poco per lasciar spazio a nuove generazioni più adattabili all'ambiente, altri animali hanno l'istinto di sacrificarsi per gli altri se questo serve alla sopravvivenza della specie, in generale poi le problematiche, le sofferenze e le difficoltà dell'individuo sembrano avere poca importanza per la natura, se queste comunque garantiscono un futuro alla specie.
allora?
qual è il senso della nostra vita?
io non lo so, ma credo stia nella comunità, nell'empatia, nell'altruismo, nel far bene al nostro prossimo. lo scopo non lo so, ma questo ha più senso di qualsiasi senso individuale.
e dentro a questo senso maggiore, collettivo, c'è abbastanza spazio per le cose che ci fanno stare bene come individui e che ci permettono di gioire di questo universo che, per un breve spazio di tempo, ci è dato di contemplare.
fare per gli altri è già un senso sufficiente.
fare le per generazioni future.
la vita poi non resta che viverla.

ciò che è importante

che ci siano successe cose brutte o cose belle, cose tremende o cose meravigliose, questo non ha alcuna importanza.
ciò che è importante è che queste cose abbiano un senso per noi.

Thursday, 2 August 2018

animale fantastico-22

il MAMMÚCTOPUS


Il mammúctopus è un raro esempio di polipo terrestre peloso.
Vive nelle regioni fredde e usa i suoi due tentacoli prensili (simili a quelli di un normale polipo) per procacciarsi il cibo e praticamente per qualsiasi altra cosa voglia fare. Grazie agli altri 6 tentacoli invece il mammúctopus riesce a spostarsi piuttosto agevolmente su qualsiasi terreno; si tratta di 6 tentacoli che sono meno flessibili e più corti degli altri due prensili, ma anche più tozzi e robusti per sostenere la pesante mole di questo grande animale terrestre.
Questo animale raggiunge facilmente i 2 metri di altezza e presenta un corno sulla sommità della testa.
A parte i tentacoli e il corno l'intero corpo è ricoperto da una folta peluria lunga a di diversi colori.
I mammúctopus vivono in branchi matriarcali e passano molto tempo ad abbracciarsi con i tentacoli.
La femmina alfa presenta sempre un colore azzurro chiaro con dei ciuffi gialli nella parte bassa del corpo, molto chic.

pulcino o farfalla?


non vi sembra un simpatico pulcino?
mmmm... forse vale la pena guardarlo meglio...




sogno ai confini del sogno

dal mio magazzino di sogni antichi...


Stavo su un palco. Era di notte e davanti c’era un pubblico.
Stavo tranquillo insieme e dell’altra gente, probabilmente ero il cantante o il chitarrista di qualche gruppo rock o qualcosa del genere perchè la sensazione era quella di trasmettere l’energia delle parole al pubblico o qualcosa di simile.
Forse alzavo un braccio, c’era una qualche frase che dicevo e il pubblico in coro faceva alzare quella voce collettiva dei concerti che tanta emozione infonde.
Più il coro si incendiava di forza e più l’emozione collettiva aumentava, più la scena davanti a me si elevava e vedevo una moltitudine di persone come in uno stadio. Il palco non si stava muovendo, ma la mia visione era come se si elevasse e alla fine scoprivo che stavamo sopra tutta la gente, sul bordo dello stadio, in alto.
Il pubblico tra il nero e le luci gialle era un’immagina incredibile.
Un fiume di gente che si perdeva nell’oscurità e nei riflessi giailli.
Era così impressionante il colpo d’occhio che per contemplere meglio quella scena cominciai a retrocedere camminando all’indietro, verso la sinistra del palco e da quel punto di vista più esterno era facile vedere che la moltitudine non stava solo dentro al “cratere” dello stadio, ma che si estendeva anche fuori di esso. Il palco stava letteralmente volando sopra una turba oscura e in estasi.
A questo punto io già non facevo parte del gruppo di persone che stava sul palco e semplicemente camminavo all’indietro sul bordo dello stadio che si intuiva per la posizione della gente, ma del quale solo si poteva vedere il muretto che ne delimitava il bordo sul quale io stavo camminando. Era un muretto di uno spessore di circa 20 centimetri e si trovava a una altezza considerevole, visto che continuavo a sentirmi sulla parte alta di uno stadio. La sensazione di camminarci sopra e all’indietro peró non mi generava nessun senso di vertigine. Semplicemente era interessante contemplare quella scena dall’alto.

É a questo punto che in modo piuttosto cosciente (anche se non del tutto, visto che non mi rendevo conto di stare dentro a un sogno) decisi che dovevo prendere una posizione attiva in quella situazione e mi resi conto che io potevo fare quello che volevo.
L’azione da farsi fu quasi automatica: di fronte a una scena così immensa vista da una altezza così grande scelsi di spiccare il volo sopra lo stadio e di volare oltre.
Ci fu un breve attimo di esitazione e di dubbio, poi il lancio fu spontaneo e leggero.
Mi elevai senza problemi disegnando una traiettoria fluida. Passai sopra la gente dai riflessi gialli, festosa nell’oscurità. E andai oltre.
Volando in quella notte vidi la luna piena e tutto il paesaggio si colorò del blu pallido magico delle notti di luna piena.
Sapevo a quel punto che dovevo spingermi oltre per trovare qualcuno. Non sapevo chi, nè dove, ma sapevo che se mi fossi spinto fino ai confini di quel mondo, avrei trovato ciò che cercavo.
Stavo volando adesso sopra un mare calmo, buio di un blu intenso e dove il riflesso della luna si specchiava chiaro. Volavo, volavo verso l’orizzonte.
Ogni tanto attraversavo qualche nuvola fresca.
Nulla sembrava cambiare all’orizzonte.  Solo acqua. Acqua e luce lunare. Ma non persi nemmeno per un istante la certezza che perseverando avrei trovato ciò che stavo cercando.
Cominciai a volare a una velocità incredibile come mai avevo fatto prima. Ero un fulmine!
Dopo un bel po’ di volo in questo mare sempre uguale, cominciai a intravedere all’orizzonte delle isole rocciose.
La mia sensazione di aver trovato il punto che cercavo era fortissima.
Cominciai a volare più piano e senza accorgermene era già di giorno.
Le isole erano scogli appuntiti di piccolissime dimensioni in mezzo alla solitudine dell’oceano. Erano così frastagliati e aguzzi che era impensabile anche solo appoggiarvisi sopra.
Continuavo la mia perlustrazione e ogni volta che oltrepassavo uno scoglio ne scorgevo un’altro dello stesso tipo.
L’immagine del paesaggio era bella anche se brutalmente scarna e pregna di una solitudine infinita.
Dopo aver oltrepassato 7 o 8 scogli appuntiti, ne vidi uno piccolissimo, ma piatto e con una specie di tetto in paglia sopra, al margine dell’isola.
Mi ci avvicinai e mi distesi su di esso. Era come stare steso su un’altare in mezzo agli abissi dell’oceano. Lo scoglio si elevava a pochi centimetri dal livello dell’oceano infinito ed era protetto su due lati da due piccoli scogli a punta a poca distanza.
Il tetto in paglia era sorretto da un piccolo muretto di pietre a secco alto non più di mezzo metro e la casa (perchè non c’era dubbio che fosse una casa) non era più lunga di un metro e mezzo nel suo lato lungo.
Anche se le dimensioni erano assurdamente ristrette, la sensazione non era quella di una costruzione per gnomi o di un riparo inutilizzabile, lo percepivo piuttosto come un rifugio rudimentale e spartano, minimo ma sufficiente.
Sul lato della miniparete che dava sulla pietra piatta dello scoglio (l’altro lato dava al mare aperto) crescevano delle viti nane, che anche se non erano molto grosse sembravano molto vecchie.
Insieme ad altre viti uguali dell’altro margine dell’isola creavano una specie di pergolato spoglio, una sorta di “gabbia” naturale di rami duri e secchi. Io ci stavo steso sotto e date le dimensioni dell’isola non potevo alzare neanche la testa: tutta quella struttura non lasciava spazio a nessun movimento se non la posizione distesa.
Quelle piante, in quell’isola pietrosa aridissima, anche se non riuscivano a dare nessuna foglia e nessun’ombra, dovevano essere l’unica difesa dal sole impietoso che stava ardendo su tutte le pietre e sull’oceano. Faceva caldissimo. Il sole batteva fortissimo. Dovevano per tanto essere preziosissime.
Mi chiesi come potesse l’abitante di quell’isola farsi un fuoco, quando ne avesse bisogno, se non poteva toccare quelle piante che erano tanto preziose e importanti in quella desolazione.
Vidi allora galleggiare a una decina di metri dall’isola un pezzo gigantesco di legno, un tronco immenso, ma che era lavorato, sembrava un resto della poppa di una grande nave tutta intagliata in un solo pezzo di legno. Stava galleggiando ed era legata a una corda che lo tratteneva vicino a un muro di mattoni, che non mi sorprese, anche se prima non c’era nulla oltre l’isola e gli scogli.
In effetti adesso mi sentivo come in una gondola in un canale veneziano ampio e tropicale.
Seguendo un poco il muro vidi un’altro legno gigante, come se fosse la prua della stessa nave sparita o sprofondata. Il muretto si aprì a un giardino che dava in quell’ampio canale di un lato solo. Salici scendevano sull’acqua e dietro si vedeva un grande palazzo. Antico, ma maestuoso.
Mi avvicinai alle scalette d’entrata. Le salii e mi ritrovai davanti a una porta, al controllo di sicurezza di quel palazzo.
Due ragazzini si avvicinarono, erano forse vestiti come scolaretti delle elementari. Schiacciarono un pulsante al citofono dell’entrata e si identificarono in un modo che adesso non ricordo, forse un codice o forse per nome.
Io avevo ancora la sensazione che dovevo trovare qualcuno e sapevo che quello era il posto giusto, che ero venuto là per un motivo ed era giusto che cercassi di entrare.
Provai quindi a identificarmi allo stesso modo e non ricordo bene come, ma alla fine entrai davvero. Nel giardino mi diressi a sinistra, verso l’ala di un edificio. Entrai, mi presentai alla reception con la certezza di chi sta facendo qualcosa che va fatto.
Mi chiamarono per nome e cognome, presero la mia giacca e mi diedero una busta. Poi mi dissero di proseguire per il corridoio e che avrei trovato qualcuno.
Così feci e trovai un gruppetto di persone. Al centro c’era una signora dai lunghi capelli neri e carnagione scura, sembrava latino americana, vestiva un camice bianco come uno scienziato nel suo laboratorio e in effetti sembrava di stare dentro a un laboratorio. Lei distrattamente mi disse qualcosa, amabilmente, ma non capii. Poi continuò a parlare per tutti e mi resi conto che parlava in inglese ma con un accento fortemente straniero e che quindi era per quello che non ero riuscito a capirla da subito.
Mi guardò e molto amichevolmente mi disse: “Massimo, vieni qua con la busta? Hai paura che ti rubino il salario?” io mi guardai intorno mezzo divertito anche se un po’ confuso, facendo capire che non sapevo nè cosa ci fosse nella busta, nè cosa stesse succedendo.
Avevo stranamente tra le mani un sacco di vestiti che non sapevo dove appoggiare.
Ci avviammo tutti lungo il corridoio....

E poi non ricordo nient’altro

Monday, 30 July 2018

chi sono gli illegali?

Costituzione italiana:

articolo 2 
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo [...]

articolo 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione [...]
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli [...], che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana [...]

articolo 6
La Repubblica tutela [...] le minoranze linguistiche.

articolo 8
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti [...]

articolo 10
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle liberta` democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. [...]

articolo 13
La liberta` personale e` inviolabile. Non e` ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, ne´ qualsiasi altra restrizione della liberta` personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria [...]


Visto che questa qua sopra è il fondamento dell'Italia, l'illegale non è tanto chi soggiorna senza permesso di soggiorno nel nostro paese, ma lo è molto di più invece chi infrange i valori di base della nostra costituzione e della convivenza pacifica, portando odio e ingiustizia nella società e spesso anche violenza e istigando all'omicidio (diretto o indiretto).

Ritenersi "più cittadino di altri" solo per avere una lingua o una religione maggioritarie e non far parte di qualche minoranza dentro al nostro paese è espressamente vietato dalla nostra costituzione e quindi gli illegali, in Italia, cari miei, non sono gli stranieri, bensì i razzisti!

FUORI GLI ILLEGALI DALL'ITALIA
E CIOÈ FUORI I RAZZISTI DAL MIO PAESE!

Forse non l'avevate capito bene, ma se non siete d'accordo con i valori fondamentali del nostro paese questa non è casa vostra!
Quindi siete voi razzisti che dovete tornarvene a casa vostra e se una casa non ce l'avete più (visto che il ventennio fascista è finito) mi spiace, questo è un problema vostro. non mi interessa.

Difendiamo innanzi tutto chi è d'accordo con la nostra repubblica e disposto ad accettare le sue regole (sia egli nato in Italia o in un altro paese). Voi razzisti siete una minaccia alla nostra società e quindi non c'è spazio per voi.
Andatevene.
Non vi vogliamo più.
Siamo diventati intolleranti con tanta ignoranza, abbiamo perso la pazienza: potete preparare le valigie. È finita la pacchia. Fuori da casa nostra.
Rivoglio il mio paese libero dai parassiti.

Sunday, 29 July 2018

animale fantastico-21

la LUCERTOLA PARACADUTISTA


La lucertola paracadutista è un tipo di lucertola che vive nei boschi di montagna.
ha sviluppato una larga coda appiattita che risulta molto peculiare: è infatti una specie di membrana elastica che all'occorrenza può essere usata dall'animale come un paracadute: basterà afferrarla con le zampe anteriori e saltare nel vuoto.
La lucertola paracadutista è un animale di stazza discreta e può arrivare a misurare un metro e mezzo di lunghezza, generalmente aspetta una corrente d'aria propizia per spiccare il volo e si lascia a volte trasportare in alto come nel parapendio (preferisce infatti regioni molto ventose dove vivere).
Il volo in parapendio o il salto paracadutato è usato per spostarsi da una montagna all'altra o da un albero all'altro, per sfuggire a qualsiasi pericolo che si manifesti nelle vicinanze oppure per sorprendere certe prede dall'alto, piombando su di loro quando meno se lo aspettano.


flash del sogno auditivo

da un vecchio sogno della mia collezione...

stavamo in una stanza, una cucina, d'estate. era notte.
una finestra aperta dietro la tavola con la tovaglia a quadrettoni bianchi e rossi e la sedia appoggiata al muro dove stava seduto un signore sulla quarantina che mi guardava, magro e dai capelli neri e arruffati piuttosto lunghi.
Eravamo nel mezzo di una discussione.
Vestiva di nero.
Dalla finestra si intravedevano delle luci.
una cittá.
il vento fresco della notte estiva entrava lento.

mi diceva:
"senti, fai attenzione, ascolta se senti un rumore nuovo"
ascoltavo e sentivo le macchine che passavano, una sirena della polizia, un cellulare, una saracinesca che si abbassava, un claxon, una sgommata di una moto, una risata...

stavamo in silenzio, attenti.
saremo stati cosí 10 o 15 secondi.
Poi disse: "tutti rumori giá sentiti mille volte, che si ripetono. rumori registrati. niente di nuovo... sempre la stessa ripetizione di suoni, avevi mai notato?"

poi lontano in fondo, il rumore di uno scoppio, una esplosione.

e cosi, come per chiudere un discorso senza importanza diceva: "beh, almeno un esplosione di una bombola di metano in lontanza. almeno un suono nuovo oggi..."

io ci pensavo su.

cavalo louco


...come un sogno... ....dove le venature diventano le onde del mare e un faro in lontananza fa da sfondo a un cavallo che gioca sulla spiaggia


Wednesday, 25 July 2018

la kinomanzia

è urgente la creazione di una nuova arte magica che interpreti la vita, il carattere, il passato e il futuro della persona in modo nuovo!
non si tratta più di sapere tutto di una persona attraverso la Chiromanzia, cioè la lettura della mano, ma si saprà tutto attraverso la lettura del suo cane: questa è la Kinomanzia (dal greco κύων κυνός ossia cane).
tutta quella gente che tratta i propri cani come figli, ne sceglie la razza, li porta da veterinari, parrucchieri e psicologi, hanno indubbiamente scelto razza, stile e addestramento dei propri animali non a caso. attraverso un'attenta lettura del cane potremo dire mooooolto sul padrone.
in fondo si sa che il cane assomiglia molto al padrone...

Sogno della dura famiglia e degli agenti segreti


Mi trovo nella casa della mia infanzia, in via fornaci 10, in cucina. Sto organizzandomi per andarmene (sono stato in visita ai miei genitori?) e mi sto guardando attorno come cercando le ultime cose prima di scendere per le scale (forse alla ricerca di Davide e Luca... che probabilmente sono già là sotto). Ho come la sensazione di indossare un giubbotto nero, forse con il cappuccio di pelo (forse avevo un giubbotto così da adolescente, ma non ne sono certo...)
È probabilmente notte, e mentre guardo di non aver dimenticato nulla, mi chiedo dove sono esattamente Davide e Luca... è per una questione organizzativa, di logistica, forse eravamo d’accordo di vederci là in cucina e ho come la sensazione che si siano dimenticati di quell’appuntamento o che non se ne preoccupino (mancanza di rispetto per me? Mi sento dimenticato? Non valorizzato... Sono irritato? Forse, ma se sì è una sensazione molto sottile, quasi impercettibile).
Anche se la casa dove mi trovo è quella della mia infanzia mi sento adulto e l’atmosfera della scena che mi trovo davanti è un po’ austera: scura, silenziosa, rigida. Davanti a me una tavola dove i miei genitori, già seduti, stanno cominciando a cenare, ma la sensazione è quasi quella del lutto o della tensione latente che blocca tutto. Nessuno si guarda in faccia.
Mia madre, seduta davanti a me, dispone le ultime cose sulla tavola affinchè il banchetto sia pronto per lei e soprattutto per mio padre, seduto alla sua destra (e che vedo quindi seduto di fianco, alla mia sinistra. Cioè non mi rivolge la faccia).
Dato che Davide e Luca non ci sono mi siedo a tavola anche io. In mezzo a varie cose da mangiare accumulate una di fianco all’altra (ma soltanto nella parte di tavola dei miei genitori) ci sono due fette gigantesche di pizza farcite da abbondantissimo formaggio fuso per mio padre e una per mia madre. Sono disposte sulla tavola ma non ancora sui piatti.
Chiedo a mia madre se posso prendere un pezzettino di pizza anche io, sicuro di una risposta affermativa, ma invece mia madre mi blocca e dice in modo molto deciso e duro: “no no no. Ste qua e xe par to pare” e sembra indaffararsi con le braccia sulla tavola per proteggere il cibo da me.
Io in realtà sono fermo e non ho fatto nessun gesto che possa essere interpretato come un movimento per prendere nulla del loro cibo... resto piuttosto sorpreso e deluso da quella mancanza di apertura: in fondo non è che volevo cenare, stavo solo aspettando gli altri e la quantità di cibo era così tanta che faceva comunque un po’ strano che volessero proprio tenersi tutto per loro, solamente.
Davvero un atteggiamento meschino.
Mio padre senza guardarmi negli occhi e già muovendo forchetta e coltello per mangiare il suo cibo, mi dice un po’ infastidito dalla mia presenza (infatti il suo modo non è mai stato così diplomatico da nascondere qualsiasi cosa che lo innervosisce): “se te vol ghe xe un fià de patate lesse... ara qua”.
Il suo modo è così goffamente maleducato che risulta quasi offensivo. Le patate lesse erano davvero misere e sinceramente non è che mi importasse un gran ché mangiare qualsiasi cosa come se fosse una meschina elemosina: il loro atteggiamento miserabile mi delude davvero e mi alzo dicendo “no, no: potete tenervi le patate, tranquilli...”.
È un rifiuto di comunione, mi sento estromesso davvero da quella triste coppia diffidente. Sembra che qualsiasi cosa sia per loro un’invasione di territorio, che io non sia loro figlio... me ne vado davvero offeso dentro, anche se non ho nessuna reazione stizzita: semplicemente mi chiudo in una fredda commiserazione di quei due.
Scendo per le scale ancora colpito da quella scena e Luca (adesso è al mio fianco destro anche se non lo vedo) mi accompagna e quando siamo sul pianerottolo della scala, sempre scendendo, forse mi dice qualcosa, tipo di guardare la bambina di Denis e in quel momento vedo una stanza piena di gente (tantissima! Sembra una celebrazione, quasi, una folla in festa?) e una bambina di 3 anni, vestita di bianco, sorridente e che sta sopra le spalle di qualcuno (o sta a quell’altezza, in qualche modo, al meno) e mi fa molta tenerezza e simpatica con i suoi capelli lunghi, ondulati e scuri. In effetto lei è l’unica cosa che vedo, quasi come un’apparizione angelica che vola sopra le teste di tantissima gente stipata in una stanza. La scena è statica, ma non ferma. È un simbolo molto luminoso.
Siccome me ne sto andando e non ho tempo di fermarmi con lei dico a luca che spero proprio di poterla rivedere prima che abbia 18 anni... sarebbe bello non dover star lontano così tanto da perdersi la sua crescita...


Adesso invece sto seduto su una sedia in una stanza spoglia e poco illuminata. Un tavolo davanti a me e altre sedie un po’ in disordine. Sul tavolo fogli scritti e qualche computer portatile con dei video che girano. Sulla parete davanti a me si sta proiettando un documentario sociale con immagini critiche.
La stanza ha una forma strana io sto come in una nicchia scura (sembra uno sgabuzzino, neanche un ufficio...) a sinistra della parete che ho davanti si apre un lungo corridoio scuro che si perde nell’oscurità e che so esserci anche se non lo vedo direttamente e opposto al lato del corridoio, alla mia sinistra, (invisibile anche questa) una porta che dà all’esterno da dove entra la luce del sole e dove i miei colleghi (amici? Fratelli?) stanno fuori un secondo (forse sono andati a fumare una sigaretta e a conversare un po’ al sole).
Sto quindi là da solo in questa specie di disordinata base di piani operativi e davanti a me il documentario mostra tutte le incoerenze e le terribili ingiustizie della nostra società, anzi delle istituzioni ipocrite della nostra società: appare anche Trump e le scandalose connivenze e corruzioni tra lobbies ed elites in tutto il mondo.


Entrano dal corridoio un paio di persone che vedo con la coda dell’occhio. Non do loro molta importanza. Stanno frugando tra i documenti e spostano i computer come se stessero cercando qualcosa. Non mi interesso molto alla loro presenza.
Ad un certo punto cominciano a criticare gli argomenti del documentario e a dire che quel video era sovversivo. Molto sovversivo! e che tutti quei video e quei documenti ci avvrebbero generato non pochi problemi.
Pensavo stessero scherzando da quanto la conversazione era fuori luogo, al massimo pensavo in una drammatizzazione di opinioni molto sottili, ma vedendo che loro due invece cominciavano ad essere sempre più evidentemente nervosi, inizio ad osservarli e noto che sono strani: le loro magliette non hanno semplici etichette, ma sono come decorate a modo di uniformi (tipo quelle dei film degli anni 80 in florida...).
Capisco che non stanno scherzando anche se tutta quella scena non ha alcun senso e le accuse che stanno facendo sono così assurde che non riescono neanche ad allarmarmi o a spaventarmi.
Si rivolgono a me dicendo che tutto quello era inaccettabile per l’autorità e che mi ero cacciato in guai molto seri... serio e senza essere agitato nè intimorito dico: “ma perché scusa?”
Uno dei due teatralmente alza le mani, urla, sgrana gli occhi come un pazzo e dice: “cosa? Hai il coraggio di resistere alla legge? Ma chi ti credi di essere? Questa la paghi eh!”
L’ingiustizia e l’assurdità di tutta quella scena è scandalosa... le cose che mostrava il documentario erano critiche ma erano oggettive, niente di strano... ripeto: “ma tutto questo solo perché ho chiesto un perché?”
Il tipo sta diventando furioso e mi minaccia sempre di più, l’altro lo asseconda.
Non sono spaventato, sono schifato da tanta arroganza, furia e ingiustizia.
Decido che quello è davvero un po’ troppo per provare a ragionare con tanta stolta pazzia e senza fretta e senza paura mi alzo e vado verso la porta per uscire.
I poliziotti (o agenti della cia?) iniziano a seguirmi, ma camminando anche loro, senza fretta.
Esco nella piazza: una piazza rotonda e illuminata, pedonale, circondata da edifici bassi. Qualche persona cammina qua e là. Io vado verso il centro, puntando a un uscita della zona pedonale (che è circondata da una catena nera sorretta da dei pali di ferro regolarmente disposti).
Mi giro e guardo la porta, vedo un tipo magro con gli occhiali scuri e la camicia estiva chiara (stile anni 70). Sembra uscito da un vecchio film e fumando esce dalla porta dove sono appena uscito e mi segue. È un agente.
A metà della piazza una macchina utilitaria, piccolina ma piuttosto nuova (tipo una fiat) si avvicina a me da sinistra, mi affianca lentamente e si ferma. Si apre la porta dal mio lato. Da dentro Ubi mi invita a entrare.
Perfetto: come secondo i piani.


Nel sedile dalla mia parte ci sono dei cavi, dei caricatori da cellulare, una ciabatta per prese elettriche o qualcosa del genere (tutto grigio). Siccome tutto va lento, ma in fondo mi stanno seguendo e non c’è tempo da perdere, entro in macchina senza sedermi davvero sul sedile occupato dai cavi, do un bacio a Ubi e le dico di partire subito.
Lei parte ma tutto continua ad andare lento: siamo adesso davanti alla catena nera che divide la zona pedonale dalla strada più o meno trafficata. Ci sono anche dei veicoli come quelli che trasportano le valigie negli areoporti (quelle specie di carrettini tipo vagoni che lentamente si mettono in mezzo al transito di persone che hanno fretta). Ubi ferma la macchina in attesa che il trenino di carrettini passi e anche senza sapere bene come passare la catena, probabilmente.
Arriva un altro trenino che sta per mettersi in mezzo anche lui, ma il primo è quesi passato completamente, solo che si ferma e torna indietro bloccandoci completamente la via d’uscita.
Ubi sbuffa come per dire: “che palle, non si passa” ma io dico: “non ci lasciano passare perché sono degli agenti! Lo fanno di proposito”.
La sensazione infatti è di essere in una realtà tipo matrix dove stanno cercando di bloccare la nostra fuga. Dico a Ubi di passare sopra la catena e ai carretti. Non ho dubbi, non ci sarà nessun problema.
Ubi va avanti e passa sopra a catena e trenino superando gli ostacoli con fluidezza e normalità. Avanziamo nella strada.
Stiamo infatti andando nella base degli agenti segreti nemici.
Guardo Ubi con ammirazione e amore profondo e le dico “sei brava”.


Arriviamo alla base, parcheggiamo e scendiamo. Conosco quel posto.
Non c’è nessuna porta da aprire in quella specie di fabbricone senza finestre. Entriamo nel corridoio scuro che è l’entrata della base. Guido Ubi mano nella mano.
So cosa devo fare: devo scontrarmi con quei nemici entrando nel vero nucleo di tutto, ma ho la sensazione che tutto quello sia un grandissimo déjà vu interminabile: so che dovrò sacrificarmi, probabilmente morirò, ma non ho nessun dubbio: è ciò che devo fare.
Un velo di eroismo guida i miei movimenti, ma la sensazione di dover sacrificarmi, più che una sensazione drammatica è un senso di liberazione e giustizia (inoltre la profonda sicurezza di aver già vissuto quella situazione e quei posti proviene dal ricordo di una vita passata dove tutto questo era già successo e mi lascia un senso di ciclicità. Quindi anche questa morte sarà solo la porta per una nuova vita futura, in fondo...).
Il corridoio (rosso scuro) si apre davanti in una stanza: il nucleo dei nemici dove dovrò ammazzare il nemico (e verrò probabilmente ucciso nella giusta e inevitabile azione). La stanza non ha porte e sta a pochi metri da me. Non la vedo direttamente ma so benissimo com’è: la stanza si sviluppa a sinistra del corridoio e entrandoci mi troverei davanti ad un ambiente scuro con una tavola vuota e qualche sedia di ferro disordinatamente disposta l’a attorno. Un basso lampadario illuminerebbe in modo drammatico quella tavola dove ci sarebbe solo una persona seduta al lato stretto, una persona che mi darebbe le spalle, un tipo che indossa un cappello e di cui non si vedrebbe la faccia e che sta là, in silenzio, davanti alla tavola vuota. Sembra una classica sala di congiure segrete dei film e forse nell’ombra c’è anche qualcuno in piedi, tipo una guardia del corpo... non so. O forse questo personaggio sta solo in quell’ambiente desolato e immobile.
So dunque che là c’è l’epilogo di tutta questa questione e che lì la farò finita con tutta sta storia e probabilmente morirò, ma prima di fare tutto questo devo mettere Ubi in salvo in un posto sicuro. So che c’è una porta segreta nel corridoio, eccola, è qua a destra. Sono tra un paio di porte di legno, mimetiche da fuori, sto entrando nella stanza che sta oltre quell’entrata, ma siccome conosco l’edificio, ricordo adesso che là non è un posto sicuro: lì ci sono sicuramente dei nemici. I ricordi che provengono dalla mia vita passata sono sicuri, ma non sempre immediatamente chiari al 100% e a volte mi confondo un poco, anche se tutto è familiare.
Torno nel corridoio dove stavamo prima e trovo un’altra entrata segreta a sinistra: è là il posto sicuro dove lasciare Ubi, prima di entrare davvero nel pericolo.
Si apre un nuovo corridoio con forma di un 2... il primo pezzo è la base del 2,la parte dritta, e a sinistra c’è l’angolo stretto che apre il passaggio al percorso curvo che porterà a una sala, la sala sicura, finalmente.
La sensazione è di entrare in un labirinto senza ostacoli, con entrate segrete e contorte, ma che ricordo di conoscere bene e che so percorrere senza problemi.
Guido ancora Ubi per mano e adesso sto entrando nella stanza. Là vedo che ci sono 4 o 5 persone sedute su un divano, tutti piuttosto immobili, seduti non troppo ordinatamente, ma come se stessero assistendo a qualcosa che succede nella mia direzione (tipo un pubblico? Qualcuno che vede un film?). Mi entra un dubbio... saranno nemici? Non dovrebbero esserlo...
Ho bisogno di un’arma per difendermi e per questo mi si materializza una pistola in mano perché penso che devo difendere Ubi (so che quell’arma l’ho creata io all’occorrenza e mi sorprende un po’ anche nel sogno, ma non ho molto tempo di pensarci) e quando siamo ormai dentro la sala capisco di non essere in pericolo davanti a loro e dico: “ma voi non siete nemici, vero?”
Non lo sono, sono alleati.
Vado oltre il divano e trovo una stanzina o un armadio scuro e segreto. Là lascio Ubi ben nascosta, siamo accucciati, con la mia faccia vicino alla sua la guardo con amore e la saluto con un bacio.
Mi giro: devo andare al nucleo dei nemici a porre fine alla questione.
È arrivato il momento.